domenica 25 settembre 2016

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Il giardino mio primordiale

Suite-Corpus Lossia Maniera

(monstrum/mestruum/mainstream)




Et je travaille et je suis seul dans
mon jardin
Et le Soleil brule en feu sombre
sur mes mains”

Paul Eluard



Segui la Forza, Luke”

Obi Wan Kenobi



“Chi vede l’ordine senza ordine
del corpo di essa degna sposa?” 

Maria Maddalena de’ Pazzi








In margine ad un poema foresto

 La passion del primitivo in lui
lasciava ovunque traccia

I versi sopra riportati, certo non memorabili, sono tratti dal poema L’ Homo Silvestre, attribuito ad un anonimo di fine XVIII secolo (noto appunto come Anonimo dell’ Homo Silvestre, ma anche come Anonimo del Silvestre, o, più semplicemente, come Il Silvestre). A quest’opera singolare, e al suo autore, rimanda L. Perelli all’interno della Nota sul primitivismo lucreziano; trattando delle influenze di questo tema sulla poesia italiana scrive: “Va poi fatta menzione del tentativo, tanto curioso quanto mancato, presente ne L’Homo Silvestre, di fondere l’aspra fascinazione dell’origine, propria di Lucrezio, con il tema dei primigeni “bestioni” poetici, che ritroviamo in Vico.” Sempre il Perelli, nel suo lavoro più noto e importante, Lucrezio poeta dell’angoscia, al capitolo Il materialismo in Lucrezio: tra atarassia ed angst, afferma:
“Il nesso tra filosofia materialista e quel sentimento assoluto del nulla che è l’angoscia, passa da Lucrezio a Leopardi attraverso la mediazione, certo poco nota ma determinante, de L’homo silvestre, poema che, con più d’una eco dantesca, anticipa temi squisitamente leopardiani”:

 Selva profonda madre inimica
Generatrice bruna del sembiante
Tutto in te s’aduna sanza requie
E sanza speme alcuna; mala se’
Radice e vana tu santa matrice

Il primo di questi versi, senz’altro il più famoso e citato dell’intero poema, si fregia persino d’un giudizio, non proprio lusinghiero, di Borges, il quale nei Nuovi saggi danteschi ne parla come di “un verso a suo modo esemplare: ricercando la grandezza –essere Dante e Leopardi- consegue la pienezza del ridicolo”.
Ed è probabilmente sempre a questi versi che Cesare Vasoli fa riferimento, allorquando nel suo dottissimo saggio dal titolo La fortuna filosofica della selva, dichiara: “La divina foresta spessa e viva e la selva oscura, che Dante contrappone, divengono uno ne L’homo silvestre”.

 Poi che scostate avea le foglie
Buie di sopra l’acqua io rimirava
Me come in ispecchio al lume
De la luna diaccio, i’ medesmo
Pareami riverberato enimma
E carnosa imago tremolar
Pel vento, mezzo il frondoso
Portento ch’à selva per nome    
[….]
Salgo ove il denso cessa
E tutto impietra e onne cosa
È acuta e dura e diaccia;
Immenso il silenzio intorno,
Ruinano i borri sanza fine
Fondi, le nevi immani, i ghiacci
D’ogni romore privi; sola
Si scòte lungi la selva di soni
Fitta, e dòle gl’occhi il sole
A la sua vita
 
Questo il brano declamato dalla voce, irrimediabilmente perduta, di Carmelo Bene, durante la sua ultima, memorabile, apparizione televisiva, brano dopo il quale affermava:
“Io non sono, io non esisto: significo all’infinito; come Dante e Campana, come Leopardi e il Silvestre, il resto è men che niente: è rappresentazione.”
Nel lungo saggio scritto a quattro mani da Jean Baudrillard e Giorgio Agamben (In ascolto dell’inaudito. Per un’analisi del Carmelo Bene televisivo), saggio che costituisce l’introduzione ai testi delle apparizioni di Bene sui canali Mediaset (il volume è stato pubblicato, nel 2002, come prestigiosa strenna natalizia della medesima azienda, per i tipi Luigi Berlusconi Editore, con il titolo La Televisione fa Schifo, dunque è la Casa dell’Essere, affermazione televisiva dello stesso Bene), a p. XLI possiamo leggere:
“In Carmelo Bene l’opposizione linguistica di significante e significato, declinata nella sua forma più esasperata, ovvero passata attraverso la lezione di Lacan, sembra riprendere –ci verrebbe da dire resuscitare- in senso estetico-esistenziale la contrapposizione scolastica, e prima ancora averroistica, di natura naturans (il Dio infinito e creatore) e natura naturata (il creato de-finito, de-terminato). Con queste premesse teoriche, risulta ineluttabile l’incontro di Bene con poeti quali Campana e l’Anonimo del Silvestre, cantori, con diverso stilema (la Notte in un caso, la Selva nell’altro) della medesima femminile “radice” “sanza requie” produttiva, per usare locuzioni del Silvestre"






Vorrei felice con voi nel folto
de’ versi miei smarrirmi, amici:
qui il viver mio sfarini, dispaia
agl’occhi di ciascun mio volto






Il giardino mio primordiale
fuor di naturale misura rigoglia
e inspessa giorno a giorno d'erba
come d'arbusti aggrava senza nome
e intrica tutto e annoda 
e inselva da levar la luce
                                 magma
vegetante che la pigrizia mia
che non ha fondo
disordina e surnutre



l’odore dell’erba tagliata mi rende
inaspettatamente felice











4 commenti:

  1. dal giardino primordiale, selvaggio, caotico e di tonalità scure si approda ad un ambiente caratterizzato dall'odore di erba tagliata e perciò percepito come luminoso, fresco e ordinato. solo l'uomo taglia l'erba, mette ordine, rallenta il percorso inesorabile verso il disordine che domina in sua assenza. forse il passaggio illustra il momento della nascita. comunque un passaggio creativo.

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  2. E'vero: il taglio di cui si parla alla fine è un momento d'ordine e pulizia, dunque creativo in quanto ordinatore, perché effettivamente generatore è ciò che lo precede, cioè il disordine, la confusione che viene prima.
    LO

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  3. da monstrum a mainstream, come manuel Agnelli :))

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    1. Vero! E però grande anche l'impraticabile e remoto G.L.Ferretti, che di Agnelli ha detto "almeno avrà fatto un po' di soldi".

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