mercoledì 7 dicembre 2016

Aiazzone



Una inesauribile miniera

domenica 4 dicembre 2016

Furia, ripetizione, (mono)mania dell'interpretazione. Foscolo 1






Per una rilettura dei tre più noti sonetti foscoliani



Nè più mai toccherò le sacre sponde
    Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
    Zacinto mia, che te specchi nell’onde
    
4Del greco mar, da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
    Col suo primo sorriso, onde non tacque
    Le tue limpide nubi e le tue fronde
    
8L’inclito verso di Colui che l’acque

Cantò fatali, ed il diverso esiglio
    Per cui bello di fama e di sventura
    
11Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
    O materna mia terra; a noi prescrisse
    
14Il fato illacrimata sepoltura.

Indubbiamente, riprendendo i sonetti più noti -scolastici persino- di Foscolo, come A Zacinto e In morte del fratello Giovanni, ci si ritrova il tema, francamente lontanissimo, dello struggente sentimento dell'esule per la Patria, per la Terra Natale, come pure quello stavolta comprensibile della lontananza dagli affetti più cari. A rileggerli, però, questi sonetti, dietro la Patria sembra apparire la Grande Madre, l'Archetipo Materno del quale la Patria pare incarnazione particolare, forma storica determinata (come la Grande Dea primitiva ed orientale, come la Terra, la Natura, la Materia, )solitamente accompagnate dall'apposizione Madre; un Archetipo quindi politicamente mobilitante e produttivo, un intenso Archetipo anche politico, tanto profondo e violento da richiedere il sacrificio pubblico della vita. C'è comunque in Foscolo un acutissimo senso della separazione da un principio femminile, con il quale si desidera riunirsi ma che sappiamo irraggiungibile; un principio generatore che ci ha prodotti e dal quale siamo irrimediabilmente separati, per essere consegnati ad un'esistenza di irrequietezza e insoddisfazione, date appunto dalla lontananza rispetto all'Origine/Madre: Né più mai toccherò le sacre sponde/ Ove il mio corpo fanciulletto giacque,/Zacinto mia.E difatti nel mare greco nasce la produttività femminile per eccellenza, Venere, della quale Zacinto porta nella fecondità il segno. Solo contatto possibile con il principio materno e femminile si ha però attraverso la poesia, unica forma del ritorno all'Origine è mediante la pratica poetica: Tu non altro che il canto avrai del figlio,/O materna mia terra;a noi prescrisse/Il fato illacrimata sepoltura. Perché questo improvviso plurale maiestatis? Forse perché non si riferisce solo a sé, ma a tutti noi? A tutti gli uomini, infatti, il fato impone, pone davanti il duplice aspetto dell'archetipo femminile, quello positivo della Terra che genera e quello negativo della Terra che distrugge e riassorbe: il testo principia con il corpo che fanciulletto giacque e si chiude con l' illacrimata sepoltura, appunto, dove la Madre Terra si fa, per tutti, alla fine Terra Straniera. Siamo davanti ad un principio psicologico ed esistenziale -di più: ontologico- sentito, denominato come femminile e sacro, la separazione dal quale costituisce la nostra nascita ed al tempo stesso fonda la nostra sofferenza ed insoddisfazione; solo il canto poetico riattinge l'origine.


Foscolo 2

    

      Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
     Di gente in gente, mi vedrai seduto
     Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
     Il fior de' tuoi gentili anni caduto:

     La madre or sol, suo dì tardo traendo,
     Parla di me col tuo cenere muto:
     Ma io deluse a voi le palme tendo;
     E se da lunge i miei tetti saluto,

     Sento gli avversi Numi, e le secrete
     Cure che al viver tuo furon tempesta;
     E prego anch'io nel tuo porto quiete:

     Questo di tanta speme oggi mi resta!
     Straniere genti, l'ossa mie rendete
     Allora al petto della madre mesta.


La poesia però non solo ricollega all'Origine, ail principio femminile produttivo, alla Terra intesa come generatrice: la poesia rende materna, accogliente e umana anche la terra finale, quella della sepoltura:


Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l'armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure

nella mente de' suoi? Celeste è questa

corrispondenza d'amorosi sensi,

celeste dote è negli umani; e spesso

per lei si vive con l'amico estinto

e l'estinto con noi, se pia la terra

che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome


Tomba e poesia coincidono: l'una e l'altra fanno rivivere ciò che non è più, fanno convivere quello che è morto con quello che è vivo: una concezione sostanzialmente sciamanica della poesia. Attraverso le tombe e la poesia la terra ridiventa, anche alla fine, madre, in quanto piange i propri figli caduti, ed offre loro finalmente la pace. La madre mesta  al cui petto il poeta invita a rendere le sue ossa, fonde e condensa, in modo direi palese,  la figura della madre e quella della terra; una madre-terra nella quale trovare finalmente anche lui -traverso la morte- come il fratello pace ( E prego anch'io nel tuo porto quiete), dopo la tempesta e l'inquietudine insuperabili dell'esistenza. Attraverso la poesia/tomba la Terra cessa d'essere straniera e ridiventa madre: in questo sonetto Foscolo compie esattamente quel suo prefigurato star seduto/ Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo.

E' attraverso poesia che la madre (terra) parla col cenere muto del figlio.
E' l'immaginata presenza del poeta sulla tomba del fratello che riconcilia la Madre/Terra con il figlio morto, il colloquio tra questi ultimi avviene per mezzo del poeta (la madre [...]Parla di me col tuo cenere muto). E'soltanto attraverso la mediazione della poesia che la Terra, la Materia, il Principio Femminile ridiventa accogliente e materno, rendendola appunto madre pietosa (nel suo grembo materno ultimo asilo/porgendo): è questo che consente nella morte di raggiungere la quiete, la pace (nel tuo porto quiete). La morte materna, la morte pietosa, non la morte-negazione assoluta che cancella ogni traccia di ciò che è stato (involve/tutte cose l'obblío nella sua notte), ma che conserva memoria dei morti attraverso il canto poetico. O meglio, mediante la tomba dalla quale sorge il canto (mi vedrai seduto/ Su la tua pietra; mendico un cieco errar sotto le vostre/ antichissime ombre, e brancolando/ penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,/ e interrogarle. Gemeranno gli antri/ secreti, e tutta narrerà la tomba -I Sepolcri -). E' quest'ultimo, il canto, la poesia a costituire la vera duratura tomba del defunto, che lo fa rivivere come spirito e memoria. La Terra diventa materna attraverso la poesia che ricorda e piange coloro sono stati e non sono più, e continuano ad essere come coloro che non sono più: al tempo stesso dunque sono e non sono. Pare proprio la negazione determinata hegeliana, la negazione dialettica, che nega, conserva e sublima/supera ciò che ha negato: aufhebung. Ed in questo punto Foscolo incrocia il pensiero a lui contemporaneo -Hegel appunto- con una concezione religiosa arcaica come lo sciamanesimo, una religione centrata sul rapporto con gli spiriti dei defunti, che lo sciamano rievoca e con i quali parla. Lo sciamanesimo e Maurice Blanchot, con la sua teoria -influenzata dall'hegelismo- della letteratura come morte, del linguaggio come realtà disincarnata.

Foscolo 3

      




     

     Forse perché della fatal quïete
     tu sei l'immago a me sì cara vieni
     o Sera! E quando ti corteggian liete
     le nubi estive e i zeffiri sereni,

     e quando dal nevoso aere inquïete
     tenebre e lunghe all'universo meni
     sempre scendi invocata, e le secrete
     vie del mio cor soavemente tieni.

     Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
     che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
     questo reo tempo, e van con lui le torme

     delle cure onde meco egli si strugge;
     e mentre io guardo la tua pace, dorme
     quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.



Credo proprio, cioè sono convinto, che questo sonetto potrebbe benissimo intitolarsi Alla poesia; come ripetutamente detto, infatti, la poesia è intrecciata alla morte, davvero imago mortis, figura della morte. Non solo sorge, la poesia, come detto da essa, conservando il ricordo di coloro che non sono più, della morte è anche prefigurazione, in quanto fa Vagar [...] co' [...] pensier su l'orme/ che vanno al nulla eterno, anticipa cioè l'esito della fine; essa pure acquieta le angosce e le inquietudini che contrassegnano l'esistenza, anticipando anche in questo la pace finale, la fatal quiete che è la morte. Per Foscolo come detto l'esistenza significa separazione dal principio generatore femminile, è negazione e si presenta quindi come esiglio, cura (cioè angoscia e affanno), tempesta, sciagura, guerra. La morte è dunque, hegelianamente, negazione della negazione, che diviene negazione materna, umana, determinata per usare il linguaggio hegeliano, grazie alla poesia, che conserva attraverso il canto ciò che è morto/negato, esattamente come morto/negato. La poesia, anche per la quiete che produce -nel poeta e nel lettore- è morte in vita: petite mort.


giovedì 17 novembre 2016

poesie per i poveri di spirito Lt2016

Scelta della partner. Requisiti.
Bellezza preraffaelita
 Reattività ai messaggi


John William Waterhouse - La Belle Dame sans Merci (1893)

 

 

by lt2016


venerdì 11 novembre 2016

Ri-leggendo.. ( LT2016 )

Rileggendo  la poetessa Sara Ventrone


In certi mondi sublunari, le parole e l'amore - sopratutto l'amore - si riducono al minimo (la fiammella dell'Eros, la fiammella del Logos) Solo a tratti, accese. 
A tratti, come la canzone di GLF.
Con le cannule nel naso,
ci lasciamo e parliamo da soli
Non ci sono Angeli trasformati in Diavoli come Lucifero a
farci compagnia.
Sublunari.
Brani ancora da eseguire.

LT2016

Olio su tela di Cathy Josefowitz, "senza titolo"...

sabato 5 novembre 2016

Risalire




"Risalire", uno dei miei verbi prediletti e conseguentemente più di frequente usati: un movimento questo più  temporale che spaziale, moto a ritroso verso l'origine, verso l'elementare.
Leggo che per Freud la pulsione sessuale, la pulsione di vita non è che questa ripetizione del principio, nient'altro che coazione al semplice e al primo; per Caillois la festa realizza invece il dispendioso ritorno al Caos originario, al tempo iniziale; altrettanto per Eliade il rito reitera l'origine; e ancora, per i (neo)platonici conoscere significa risalire i gradi dell'essere, fino alla fonte prima: è un movimento teoretico-esistenziale regressivo, vitale ed esaltante verso il principio.
Sapere è ricordare l'inizio: Platone trapassa in Proust.
Ma se il Primum è l'inorganico, la semplicità inorganica, muovere in questa direzione coincide con..? 

Lossia